Un gesto «gravissimo, incomprensibile e incredibile» perché rivolto contro uno dei luoghi simbolo della crescita e della formazione dei più giovani. Il professore Salvatore Giudice, ex preside a Gela, interviene con una lunga riflessione sull’attentato compiuto contro una scuola elementare, condannando senza esitazioni l’accaduto ma chiedendo, allo stesso tempo, alla città di interrogarsi sulle radici del disagio che può generare episodi di questo tipo.
Per Giudice, colpire una scuola significa colpire uno dei gangli vitali della comunità. La scuola elementare, sottolinea, rappresenta uno degli spazi più democratici della società italiana: aperto a tutti, inclusivo e gratuito. Un’istituzione che, nel corso del Novecento, ha avuto un ruolo determinante anche nella crescita sociale ed economica del Paese.
Da qui la necessità, secondo l’ex dirigente scolastico, di non fermarsi alla sola condanna dell’episodio. Quanto accaduto dovrebbe spingere Gela a interrogarsi «sul proprio tessuto sociale e sullo stato di abbandono culturale e affettivo nel quale versano alcuni dei nostri ragazzi».
Giudice allarga quindi la riflessione alla storia recente della città, segnata prima dalla profonda trasformazione determinata dall’insediamento dell’industria petrolifera e poi dalla sanguinosa stagione della guerra di mafia. Una ferita che, a suo giudizio, ha lasciato conseguenze profonde nel tessuto sociale gelese e che richiederebbe una vera e propria opera di “bonifica” sociale e culturale.
L’ex preside invita inoltre a guardare Gela senza rappresentazioni parziali. Accanto alla città della cultura, delle bellezze naturali, dei club service e delle celebrazioni ufficiali, sostiene Giudice, esiste una realtà segnata da sacche di degrado e arretratezza, dal traffico di droga e da contesti nei quali, per anni, «compromessi, prepotenze, intimidazioni e comportamenti delinquenziali» avrebbero trovato terreno fertile.
Una lettura che, precisa il professore, non vuole in alcun modo trasformarsi in una giustificazione per gli autori dell’atto. «Da parte mia nessuna indulgenza per chi ha profanato un luogo “sacro”», afferma Giudice, auspicando che i responsabili vengano individuati, perseguiti e condannati severamente.
La repressione, però, rappresenta soltanto una parte della risposta. Individuare gli autori e assicurarli alla giustizia, osserva, è compito delle forze dell’ordine e della magistratura. Alla scuola, alla Chiesa, alla politica e alla società civile spetta invece soprattutto il lavoro della prevenzione.
«Così come bisogna essere duri con i reati, altrettanto bisogna esserlo con le loro cause», è il passaggio con cui Giudice sintetizza il suo appello. Da qui la richiesta di interventi concreti e mirati, anche meno visibili sul piano mediatico, capaci però di incidere realmente sulle situazioni di disagio e marginalità.