Passa al contenuto principale

Italia, un fallimento che non sorprende più: ora serve una rivoluzione vera

Notizie, Sport
Terza esclusione consecutiva dal Mondiale: niente alibi per gli Azzurri. Tra carenze strutturali, assenza di leadership e riforme mancate, il calcio italiano è chiamato a ripartire dalle fondamenta…

”EDA Communication” è anche su Whatsapp.
Bastacliccare quiper iscriverti al canale e rimanere sempre aggiornato in tempo reale. È gratis!

L’assenza dell’Italia dal Mondiale non fa più notizia. Ed è forse questo il segnale più allarmante. La terza esclusione consecutiva certifica una crisi profonda, strutturale, che va ben oltre un rigore sbagliato o una partita storta. Non ci sono alibi, né attenuanti: una Nazionale con quattro stelle sul petto non può permettersi di restare ancora una volta a guardare.

Quelle stelle raccontano una storia gloriosa: i trionfi del 1934 e 1938, l’epopea dell’82 conPaolo Rossie la notte di Berlino nel 2006, con il rigore decisivo diFabio Grosso. Ma il passato, per quanto prestigioso, non basta più a sostenere il presente.

Ancora una volta sono stati i rigori a condannare gli Azzurri. Ma fermarsi all’episodio sarebbe un errore. I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli, e il problema dell’Italia oggi sembra essere proprio il coraggio: quello di osare, di cambiare, di ricostruire davvero.

Negli ultimi anni si sono alternati diversi commissari tecnici — daGian Piero VenturaaRoberto Mancini, passando perLuciano SpallettieGennaro Gattuso— senza però riuscire a invertire la rotta. Segno che il problema non è solo in panchina, ma affonda le radici in un sistema che fatica a rinnovarsi.

Emblematico, in questo senso, il confronto con la Bosnia, capace di mettere in campo personalità e leadership. Il simbolo è il suo capitano,Edin Džeko: a 40 anni, rappresenta ancora un punto di riferimento tecnico e carismatico. Una figura che oggi manca drammaticamente all’Italia.

Ma la crisi è ancora più profonda. Riguarda la formazione, i vivai, la cultura calcistica. Serve ripartire dalle scuole calcio, investire nei settori giovanili, riformare i campionati introducendo criteri che favoriscano la crescita dei talenti italiani. Non basta inserire giovani “per obbligo”: bisogna formarli, valorizzarli, responsabilizzarli.

Il calcio italiano paga anche un ritardo infrastrutturale evidente: stadi vecchi, spesso insicuri, e un sistema che fatica ad attrarre investimenti. Gli allenatori dei settori giovanili sono sottopagati e poco valorizzati, mentre dovrebbero essere il cuore del cambiamento.

C’è poi un tema culturale: si privilegia troppo lo schema, troppo poco la creatività. Il calcio resta anche spettacolo, emozione, gesto tecnico. La gente va allo stadio per vincere, certo, ma anche per vedere un dribbling, una rovesciata, un tiro da lontano, una parata decisiva. Il talento va lasciato libero di esprimersi, non ingabbiato.

Già nel 2013Roberto Baggioaveva provato a indicare la strada, presentando alla Federazione un dossier di 900 pagine per riformare il sistema. Rimasto inascoltato. Quelle proposte sono finite in un cassetto, mentre l’Italia smarriva progressivamente la propria identità calcistica.

Oggi il conto è arrivato. E non è solo sportivo: è economico, gestionale, sociale. Perché il calcio, in Italia, è sempre stato molto più di un gioco.

Ora serve una scelta netta: continuare a rimandare o avere finalmente il coraggio di ricostruire. Davvero.

Scritto da: Vincenzo Montana
01/04/2026
01/04/2026

ALTRE NEWS